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giovedì 23 aprile 2015

Timbuktu, l’umanità spezzata dall’integralismo

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di Paolo Perrone
Un mosaico di storie di ordinaria sopraffazione a Timbuktu, in Mali, scandite dai divieti implacabili degli integralisti islamici. Il lungometraggio di Abderrahmane Sissako, recente candidato all’Oscar come miglior film straniero (e, prima ancora, in concorso al Festival di Cannes, dove ha vinto il premio della Giuria ecumenica), intitolato alla storica città africana, affianca numerosi frammenti di una quotidianità spezzata dalle cieche regole della jihad. Un ferreo controllo che nelle strade di Timbuktu e nelle tende disposte sulle dune circostanti proibisce musica, sigarette, persino il calcio. Arrivando a lapidare una coppia unita fuori dal matrimonio e a condannare a morte un allevatore, sposato e padre amorevole di una adolescente, a sua volta responsabile dell’omicidio di un pescatore dopo che gli era stata uccisa brutalmente una mucca.
Fissati dalla macchina da presa di Sissako, nato in Mauritania, già autore, in passato, del significativo Aspettando la felicità, gli uomini armati, accecati dalla loro distorta fede nel Corano, appaiono anime perse in una goffa babele di lingue e dialetti differenti, contraddette nella loro guerra all’infedeltà musulmana non solo dall’imam del luogo, che richiama tutti, saggiamente, a una corretta interpretazione dell’islam, ma anche da alcune debolezze, come il fumare di nascosto o il desiderare una donna sposata, occultate dal crepitare dei kalaschnikov.
Mostrando dunque una certa inadeguatezza delle missione jihadista, ma allo stesso tempo rendendo esplicito il percorso dell’integralismo islamico, Timbuktu ricompone le due facce contrapposte di un unico volto: i miliziani sono dei fannulloni, falliti, ipocriti e violenti, ma possono avere anche qualche rigurgito di umanità, restituendo gli occhiali e i medicinali ad un ostaggio europeo, od offrendogli il tè. “Ogni essere umano è complesso”, ha detto Sissako presentando il film, “un jihadista in fondo è come noi, ma la sua vita è cambiata tragicamente. Una persona che usa violenza sugli altri ha anch’egli dei dubbi”. È qui, nel lasciare aperta la porta alla coscienza, che Timbuktu trova il suo punto di contatto con lo spettatore. Incollandolo allo schermo grazie ad un eccellente predisposizione del tessuto narrativo, mai prigioniero della retorica nella sua ferma volontà di denuncia, e grazie ad un uso suggestivo della fotografia, luminosa e di rara bellezza ma mai stucchevole.
Il risultato è una pellicola intensa, vibrante e commovente, con alcune scene a restare impresse nella memoria. Come la partita tra due giovani squadre di calcio senza il pallone, mimando azioni, tiri e parate, e la caccia a una gazzella. Una sequenza che, dopo aver aperto il film, lo chiude, prima dei titoli di coda, sovrapponendo all’immagine dell’animale braccato quella di due ragazzi in fuga dai miliziani.

Timbuktu (Le chagrin des oiseaux). Un film di Abderrahmane Sissako. Con Ibrahim Ahmed, Toulou Kiki, Abel Jafri, Fatoumata Diawara, Hichem Yacoubi. Drammatico, Kids+13, durata 97 min. Francia, Mauritania 2014.


In collaborazione con ACEC – Associazione Cattolica Esercenti Cinema

da | firenze2015

L’eterna umanità di quel Cristo dell’Angelico


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di Gloria Riva
C’è una città dietro il gruppo del Compianto dipinto dal Beato Angelico per la Confraternita di Santa Croce. Forse, la città, è l’unica pittura certa del maestro di Fiesole, il resto pare segnato dalla mano degli aiuti. Il bianco tenue di questa città si riflette nel lenzuolo che accoglie Cristo in quest’ultima ora. Ora in cui egli è tanto simile a noi!
La Confraternita, in Firenze, si occupava dei condannati a morte. Le esecuzioni dovevano esser fatte fuori dalle mura della città, per questo l’icona dell’Uomo crocefisso fuori dalle mura di Gerusalemme era un potente richiamo per i condannati: Cristo era stato uno di loro, morto come loro. Per questa confraternita, nel 1436 fra’ Sebastiano di Jacopo Benintendi commissiona all’Angelico il Compianto sul Cristo morto, oggi al Museo San Marco in Firenze. Fra’ Sebastiano era nipote della Beata Villana de Bottis, una donna data in sposa al facoltoso Rosso Benintendi che, dopo una vita dissipata si convertì, vestendo l’abito domenicano. Fu poi favorita di visioni sulla passione del Cristo. In quello stesso anno l’Angelico l’aveva ritratta nei panni di Anna di Fanuele, nell’affresco della cella n° 10 nel Convento di San Marco. Qui la Beata è l’unica a commentare il fatto, introducendoci nel mistero della morte del Redentore, con una frase lapidaria: «Cristo Gesù, l’amor mio crocifisso ». Altri santi, con lei, contemplano il Mistero, tra questi: Santa Caterina d’Alessandria e, dalla parte opposta, san Domenico.
Il Cristo impressiona. Impressiona nella soavità del tratto, consono allo stile dell’Angelico, l’abbandono del Cristo nelle mani dell’umanità. Egli si è lasciato toccare anche nel momento supremo della morte, davvero ora Cristo è uno di noi, come noi. Lo dicono dolenti e sereni, Giuseppe d’Arimatea, all’estrema sinistra del dipinto, mentre regge il suo nardo prezioso e Nicodemo, nell’abito scuro dello scultore, come vuole la tradizione. A lui, infatti vengono attribuiti i più antichi crocifissi lignei. Lo dice la Maddalena che si china nel gesto tipico di baciargli i piedi, il gesto di chi adora. Anche nell’ora della risurrezione, chiamata per nome in quel medesimo giardino della sepoltura, si getterà ai piedi del Signore. Lo dicono Giovanni e una delle tre Marie che, reggendo le braccia di Gesù, sembrano desiderosi di trattenere la benedizione che da quelle mani scaturiva copiosa. Lo sguardo di Giovanni buca la realtà, sembra voler andare oltre quella morte. Sembra voler dire ai condannati assistiti dalla confraternita di Santa Croce: c’è un abbraccio sigillato nel tempo che non muta ed è fisso nell’eternità. La Vergine Madre abbraccia il capo e come Giovanni guarda intensamente il Figlio. Ella è tutta compresa in quel Mistero. Tra lei e il Figlio, pur dentro gli occhi chiusi, passa un oceano di amore e di comunicazione.
A ben vedere sono la Madonna e la Maddalena, le uniche a toccare il telo sindonico, vero testimone della vittoria di Cristo sul male e sulla morte. Dietro al gruppo, ecco la croce e la scala: ad astra per aspera. Si giunge a Gerusalemme, quella celeste di cui le mura retrostanti (simili alle mura di Firenze) sono il segno, attraverso l’accoglienza della croce e l’imitazione del Corpo di carne del Cristo. Qui si chiude l’intensa meditazione dell’Angelico: davanti a quelle mura, dove la scala divide l’orizzonte incorniciato da quattro alberi. Due, alla sinistra del Redentore, sono verdi, ma privi di frutto, altri due a destra sono carichi di frutti: l’antico giardino è riaperto. Una nuova umanità vi accede, essa conosce il dolore, tocca con mano la morte, ma proprio perché sa che questa è stata vinta dal Verbo fatto uomo, vive nella pace e può confortare chi non crede.
da Avvenire, 15 aprile 2015

Fonte| firenze2015.it

LA VOCAZIONE DI MATTEO

 Caravaggio, La Vocazione di San Matteo, Roma, San Luigi dei Francesi

di Giuseppe Frangi 
Non c’è un altro quadro che abbia saputo immaginare con maggiore verosimiglianza il “come si diventa cristiani”. Il riferimento è alla Vocazione di Matteo dipinto da Caravaggio per la chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma nel 1599. Un quadro che abbiamo tutti negli occhi, ma a cui si è aggiunto un altro sguardo: quello di Papa Francesco, che del quadro ha parlato nel corso dell’intervista a padre Antonio Spadaro su Civiltà Cattolica. Papa Bergoglio ha suggerito una specie di zoomata su un particolare preciso della grande tela: «È il gesto di Matteo che mi colpisce: afferra i suoi soldi, come a dire: “no, non me! No, questi soldi sono miei!”. Ecco, questo sono io: “un peccatore al quale il Signore ha rivolto i suoi occhi”. E questo è quel che ho detto quando mi hanno chiesto se accettavo lmia elezione a Pontefice». L’osservazione è precisa e preziosa. Perché se il quadro è dominato compositivamente dal gesto di Cristo che entra da destra nella tela, la vera ripercussione avviene in quell’angolo buio, dove non si intercetta nessuna concitazione, nessun segno da “momento speciale” e ognuno continua a fare quel che stava facendo.
Solo Matteo alza la testa, più stranito che stupito, come per capire se ha capito bene: cioè che quell’uomo sta chiamando proprio lui. Quindi con una mano indica se stesso, ma con l’altra non ha certo mollato la presa sulle monete che sta contando: una moneta, tra l’altro, ce l’ha nel nastro del cappello. Come dice Francesco, ancora afferra i suoi soldi.
Al quadro dedica un cenno anche un libro scritto da un sacerdote romano che era amico personale di Bergoglio, don Giacomo Tantardini. Non a caso la sua la sottolineatura va nella stessa direzione: «Matteo quando Gesù lo chiama non attendeva niente. Nel quadro di san Luigi dei Francesi di Caravaggio, a Roma, questa assoluta gratuità  è messa stupendamente in luce». Che cosa significa questo? Dimostra, scrive Tantardini, «che questo incontro, di per sé, non è premio alla domanda dell’uomo. Questo incontro è pura grazia». Nessuno quanto Caravaggio era mai arrivato a narrare con tanta verosimiglianza l’accadere di questo mistero.

da | firenze2015.it

mercoledì 22 aprile 2015

Io sono Mateusz, voglio vivere

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di Arianna Prevedello
Persone affette da forti disabilità che non riescono a dimostrare a chi li assiste di essere in realtà presenti a se stesse: quante? È il dubbio che rimane dopo aver visto il film del regista polacco Maciej Pieprzyca. Nella realtà è la vita di Przemek, un ragazzino semiparalizzato come Mateusz che a 16 anni riesce finalmente a farsi capire, contro i 25 raccontati nel film. Tanto è il tempo che ci vuole per liberarsi dell’etichetta di “vegetale” e di dimostrare che si è sempre capito, pur imprigionati nell’impossibilità comunicativa. Tutti gettano la spugna tranne la famiglia finché non arrivano tempi migliori anche le persone disabili.

Il tutto è raccontato senza lacrima facile e imboccando una strada nuova. In Polonia, infatti, finora non era stato realizzato nessun film con protagonista un personaggio disabile. E come prevedibile non è stata affatto una passeggiata: solo la scrittura della sceneggiatura ha richiesta più di un trattamento. La conoscenza del mondo della disabilità non era tra l’altro una prerogativa del regista che si appassiona al tema grazie ad un’amica, Ewa Pieta a cui è dedicato il film. Nel 2003 fu lei a realizzare il documentario Come una farfalla sul giovane Przemek. Purtroppo Pieta è deceduta per tumore solo tre anni dopo e Pieprzyca ha deciso di proseguire il filone da lei inaugurato, incontrando Przemek e altri ragazzi con disabilità simili alla sua, da cui trarre spunto per raccontare le loro esistenze.

Il titolo originale Chce sie zyc in polacco significa letteralmente “vuole vivere”, una sensazione che non viene mai a mancare lungo il film. La cifra dell’opera è nell’interpretazione ottenuta da Dawid Ogrodnik, nel ruolo del protagonista Mateusz. Il sassofonista del film Ida, premio Oscar come Miglior film straniero, scende nei panni di un disabile con straordinaria convinzione tanto da far venire il dubbio che nel film fosse stata coinvolta una persona veramente paralizzata. Ogni suo movimento, trascinamento, sussulto, battito di ciglia, mugugno, sguardo, sbavatura custodisce l’umano che ci accompagna a conoscere e a vivere con le membra della sua normalità. In tal senso stordisce – dalla bellezza – il fascino che quel drammatico desiderio di alzarsi in piedi, cercato e difeso con tutte le sue forze, procura anche a noi perfettamente eretti ma talvolta reietti dentro. Molto abbiamo da imparare da Mateusz e Przemek, senza retorica.

Io sono Mateusz (Chce sie zyc). Un film di Maciej Pieprzyca. Con Dawid Ogrodnik, Dorota Kolak, Arkadiusz Jakubik, Helena Sujecka, Mikolaj Roznerski. Drammatico, durata 112 min. Polonia 2013.

In collaborazione con ACEC – Associazione Cattolica Esercenti Cinema